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Guṇa
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top
mweqmwegGuṇa (mwewdevanagari: गुण), sostantivo maschile mwfasanscrito significante: "merito", "qualità", "virtù", o anche "corda", "attributo", "suddivisione".cite-ref-1[1] Nella mwgqfilosofia hindu del mwggSāṃkhya il termine è adoperato per indicare i tre componenti ultimi della materia (mwgwmwhaprakṛti): mwhqmwhgsattva, mwhwmwiarajas, mwiqmwigtamas.cite-ref-2[2]
Contents
• Note
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Aspetti etimologici e storici
Nella scuola filosofica del mwpaSāṃkhya i mwpqguṇa sono i tre componenti ultimi della mwpgmwpwprakṛti, uno dei due principi mwqaontologici che questa scuola postula, essendo l'altro il mwqqmwqgpuruṣa, principi eterni e separati: il primo, principio attivo, responsabile dell'evoluzione di tutto ciò che nell'universo è manifesto, materiale e mentale; il secondo, principio passivo, puro spirito frammentato in infinite monadi individuali coinvolte loro malgrado nella manifestazione, dalla mwqwprakṛti cioè.cite-ref-7[7]
Una prima menzione di questi tre componenti in tal senso l'abbiamo in una mwsqmwsgUpaniṣad risalente all'incirca al IV sec. a.e.v.:
«In verità, in principio, vi era, unica, questa oscurità (
tamas
). Essa era nel Supremo (Brahmā). Quella, indotta dal Supremo, si mosse verso la diversità (
viṣama
). Quella formatura, invero, è il
rajas
. Quel rajas, certamente, stimolato, si mosse verso la diversità. Questa, invero, è la forma-natura del
sattva
.»
(Maitrī Upaniṣad V, 2; citato in Upaniṣad, a cura e traduzione di Raphael, Bompiani, 2010)
È dunque proprio l'alterazione dell'equilibrio iniziale dei tre mwtqguṇa a dare origine all'evoluzione (mwtgpariṇāma) della mwtwprakṛticite-ref-8[8], dalla quale derivano tutti gli elementi del cosmo nonché quelli che ne permettono la percezione, fisica e mentale. Dunque i mwvaguṇa possono essere visti come quelle componenti che a causa del loro incessante combinarsi determinano i dettagli dell'evoluzione cosmica.cite-ref-theos-4-1[4]cite-ref-9[9]
Anche il filosofo mwxgPatañjali (II sec.a.e.v ) menziona i mwxwguṇa nei suoi mwyamwyqYoga Sūtra,cite-ref-10[10] ma la sistematizzazione del mwzgSāṃkhya è comunque ben successiva, opera del filosofo mwzwĪśvarakṛṣṇa, IV sec. e.v. circa. Quale però sia l'effettiva origine del concetto di mwaaguṇa così come presentato dal Sāṃkhya, non è dato sapere, anche se tradizionalmente se ne attribuisce a Kapila, personaggio molto probabilmente mitico, la paternità.cite-ref-11[11]
Rajas , Sattva , Tamas
Le tre componenti, mwcwrajas, mwdasattva, mwdqtamas, possono essere così definite:cite-ref-theos-4-2[4]
• mwfarajas (mwfqरजस्), dalla radice mwfgrañj: "colorato", "dinamico"; indica la componente che mette in moto la manifestazione
• mwgasattva (mwgqसत्त्व), dalla radice mwggsat: "esistente"; indica la componente che illumina, che rivela il manifesto
• mwhatamas (mwhqतमस्): "oscurità"; indica la componente che tende a ostacolare il dinamismo della manifestazione.
Essendo la mwhwprakṛti il sostrato di ogni elemento sia fisico che mentale, i mwiaguṇa hanno un aspetto duplice, oggettivo da un lato, soggettivo dall'altro:cite-ref-12[12]
• mwjwrajas: instabilità, attività, desiderio
• mwkqsattva: virtuosità, purezza, luminosità, saggezza
• mwkwtamas: torpore, ignoranza, indolenza.
Secondo la visione del Sāṃkhya, come già accennato, fra ciò che noi chiamiamo "materia" e ciò che definiamo "mente" non c'è differenza di qualità, ma soltanto di quantità, di grado. Con la teoria dei mwlqguṇa, il Sāṃkhya riesce a dare una spiegazione teorica di come ciò sia possibile: nei fenomeni materiali prevale mwlgtamas, mentre in quelli mentali a prevalere è mwlwsattva.cite-ref-13[13] Insieme alla terza componente, mwnarajas, il differente combinarsi di queste tre qualità determina quindi ogni particolare della manifestazione.cite-ref-14[14]
Ci si potrebbe chiedere perché postulare comunque una presenza di mwogsattva nel mondo materiale, e una presenza, seppur minima, di mwowtamas nel mondo mentale; o in altre parole, come sia possibile che nella materia si trovi qualcosa che è caratteristico della mente e viceversa. Questa compenetrazione è però, nel Sāṃkhya, proprio la dimostrazione evidente che le cose stanno così: non sarebbe altrimenti possibile l'interazione tra un fenomeno e un altro, fra il materiale e mentale; non sarebbe possibile, in ultima analisi, per la mente mwpaconoscere la materia, né per la materia essere conosciuta. Ciò che noi conosciamo non sono idee, ma cose, e una cosa può essere conosciuta soltanto se sussiste un'affinità fra chi conosce e ciò che è conosciuto.cite-ref-15[15]
Secondo il filosofo indiano mwqgSurendranath Dasgupta noi abbiamo, oggi, un argomento a sostegno di tale teoria. L'osservazione che egli si pone è: se ciò che è materiale e ciò che è mentale hanno caratteristiche in comune a dispetto del senso ordinario, deve esistere qualcosa nel quale mwqwsattva e mwratamas si equilibrano al punto da non renderne così semplice la distinzione. L'esistenza di questo qualcosa la si può ravvisare nei risultati del modello dell'mwrqevoluzione, nell'osservazione di quelle forme di vita che sono state o sono tuttora al limite fra ciò che definiamo materia insensibile e quelle dotate in qualche modo di mwrgpercezione. Se si osservano le forme di vita da quelle più complesse a quelle più semplici, si conclude che la complessità dell'elaborazione sensoriale diminuisce via via, al punto che, pur non essendo più possibile a un certo punto ravvisare una mente, si coglie tuttavia una capacità nell'elaborare i dati dell'ambiente esterno. Inoltre, in queste forme di vita più elementari la risposta all'ambiente esterno si riduce proprio a tre reazioni facilmente identificabili: positiva (piacevole), negativa (dolorosa), nulla (cecità). Dal punto di vista dell'mwrwepistemologia queste tre reazioni primarie altro non sono che ciò che il Sāṃkhya ha chiamato con mwsasattva, mwsqrajas e mwsgtamas.cite-ref-16[16]
Aspetti ulteriori
La mwuqmwugBhagavad Gita dedica il XIV capitolo ai tre mwuwguṇa in quanto "qualità" umane, da un punto di vista etico:
«Sattva, rajas, tamas: tali sono le qualità uscite dalla natura naturante; son esse che incatenano al corpo, e attraverso di esse viene imprigionata saldamente al corpo l'immutabile incorporato
.»
(Bhagavadgītā XIV, 5; a cura di Anne-Marie Esnoul, traduzione di Bianca Candian, Adelphi, 2011, p. 142)
I mwwgguṇa sono visti come i responsabili del ciclo delle nascite e delle morti e della trasmigrazione delle anime da un corpo ad un altro (mwwwmwxasaṃsāra). mwxqRajas è fonte di attaccamento, di passione; mwxgtamas è causa di pigrizia, errore; mwxwsattva è esente dal male, è conoscenza: dominando mwyarajas e mwyqtamas, mwygsattva prevale, e questa è la strada verso la liberazione (mwywmwzamokṣa), che si conseguirà quando anche mwzqsattva sarà stata superata, mostrando equanimità rispetto alle tre influenze dei mwzgguṇa:cite-ref-18[18]
«Avendo superato le tre qualità che producono il corpo, l'incorporato, liberato dalla nascita, dalla morte, dalla vecchiaia e dal dolore, accede all'immortale.»
(Bhagavadgītā XIV, 20; a cura di Anne-Marie Esnoul, traduzione di Bianca Candian, Adelphi, 2011, p. 143)
I tre mw1qguṇa si ritrovano in ogni aspetto dell'esistenza: nella natura e nella vita così come in tutti gli stati della coscienza ordinaria. Così, quando prevale mw1gsattva la coscienza umana è caratterizzata da uno stato di serenità e chiarezza mentale; quando mw1wrajas è predominante, la coscienza diviene attiva, dinamica, volitiva e piena di energia; quando invece prevale mw2atamas la coscienza è inerte, immersa nell'apatia e nel torpore. Quest'ultimo infatti corrisponde all'elemento terra e rappresenta l'inerzia, la condensazione, la solidificazione, la tendenza al basso, cristallizzazione dell'energia, invece "qualificata" da mw2qrajas e "essenziata" da mw2gsattva.
Così, gli mw3aindividui tamasici (il pigro e l'inerte) esitano ad essere attivi, temendo di stancarsi o di fallire; gli mw3qindividui rajasici (emotivi e passionali) si tuffano a capofitto nell'azione cercando risultati immediati, e rimangono delusi quando questi non ottengono ciò che si aspettavano; mentre gli mw3gindividui sattvici (le persone dotate di equilibrio mentale) sono attivi, considerando l'azione il loro dovere; il successo e il fallimento non disturbano la loro equanimità.
Note
cite-note-11. ↑ Vedi mw5qmw5gGuṇa, mw5wspokensanskrit.de.
cite-note-22. ↑ Anna Dallapiccola, mw6wInduismo. Dizionario di storia, cultura, religione, traduzione di Maria Cristina Coldagelli, Bruno Mondadori, 2005.
cite-note-33. ↑ L'indologo tedesco mw7wGeorg Feuerstein, in mw8aThe Encyclopedia of Yoga and Tantra sostiene che l'etimologia è oscura, evidenziando una possibile prima menzione nella mw8qmw8gAtharvaveda Saṃhitā 10.8.43.
cite-note-theos-44. ↑ Bernard 1996, p. 74 e segg.
cite-note-55. ↑ Cfr. anche mw-qmw-gGuṇa, quick reference, mw-woxfordreference.com: mwaqa"three inextricably intertwined strands": "tre inestricabili corde intrecciate".
cite-note-66. ↑ Più esplicito mwaqqAlain Daniélou in mwaquMiti e dèi dell'India, traduzione di Verena Hefti, BUR, 2008, p. 43: "filamento che forma una corda".
cite-note-77. ↑ Giuseppe Tucci, mwaqkStoria della filosofia indiana, Laterza, 2005, p. 73.
cite-note-88. ↑ Questa è la visione del Sāṃkhya, nella mwaq0Upaniṣad citata invece i mwaq4guṇa sono aspetti di Brahmā.
cite-note-99. ↑ mwarimwarmGuṇa, quick reference, mwarqoxfordreference.com.
cite-note-1010. ↑ In II.15 per l'esattezza, e riprende il concetto in II.18.
cite-note-1111. ↑ Dasgupta 1996, p. 71.
cite-note-1212. ↑ Eliade 2010, p. 33 e p. 49.
cite-note-1313. ↑ Dasgupta 1996, pp. 75-76.
cite-note-1414. ↑ Dasgupta 1996, p. 77.
cite-note-1515. ↑ Dasgupta 1996, pp. 78-79.
cite-note-1616. ↑ Dasgupta 1996, p. 81 e segg.
cite-note-171. Cioè il mwas0puruṣa. La "natura naturante" è la mwas4prakṛti.
cite-note-1818. ↑ mwatimwatmBhagavadgītā, mwatqcit., cap. XIV.
Bibliografia
• Theos Bernard, mwatkHindu Philosophy, Motilal Branarsidass, 1996.
• mwatsSurendranath Dasgupta, mwatwYoga Philosophy: In Relation to Other Systems of Indian Thought, Motilal Branarsidass, 1996 (1930).
• mwat4Mircea Eliade, mwat8Lo Yoga. Immortalità e libertà, a cura di Furio Jesi, traduzione di Giorgio Pagliaro, BUR, 2010.
Collegamenti esterni
• citerefdizionario-di-filosofiaguṇa, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.